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Che cosa è un luogo?

Luoghi lavorativi

Nel 1923, a Berlino perché espulso dalla Russia sovietica, il filosofo Nikolaj Berdjaev pubblica Nuovo Medioevo.

Il libro contiene riflessioni di sorprendente modernità, che introducono all’idea che voglio sostenere: la necessità, antropologica ed esistenziale, prim’ancora che economica, di tornare a parlare di luoghi, vale a dire di geometrie del vivere all’insegna della profondità e dell’altezza.

L’uomo ha spezzato i propri legami con il centro spirituale dell’esistenza, ha con ciò abbandonato la profondità e si è spostato alla superficie. […] Sotto ai piedi, non sente più alcuna profondità. Si dedica a un’esistenza del tutto piatta. Vive a due dimensioni, come se appartenesse, letteralmente, alla superficie terrestre, ignorando ciò che è sopra e che è sotto di lui (Berdjaev Nikolay (2004), Nuovo medioevo, Fazi Editore, Roma, ed. or. 1923).

Mentre Berdjaev scriveva queste parole, il XX secolo dava corso di apparente destino al fenomeno della globalizzazione. La globalizzazione è fenomeno antico, che caratterizza la nascita e lo sviluppo della Modernità.

Ciò che di traumatico essa contiene non è soltanto la perdita di un centro unificante, quanto la perdita dell’idea di profondità verticale: muoversi, ma non essere mai realmente in nessun luogo; muoversi dappertutto, ma non provenire e non andare verso nessun luogo.

Mondo ridotto a tempo di percorrenza, luoghi ridotti a nudi spazi, da percorrere e misurare con l’unico metro della distanza.

Mentre invece l’esistenza umana ha necessità di bilanciare l’orizzontalità con la profondità e l’altezza. Ha bisogno di interiorizzare un sopra e un sotto. Abbiamo antropologicamente necessità di recuperare i luoghi del vivere, vale a dire dimensioni che stiano sopra e sotto di noi, che diano profondità e altezza, e quindi spessore di senso, al nostro quotidiano trascorrere orizzontale.

Condannati all’esilio, respiriamo come un’aria di desolazione. I termini “esilio” e “desolazione” alludono etimologicamente a uno sradicamento, a un’estirpazione, alla perdita di un’appartenenza, all’allontanamento da una dimensione di profondità e di altezza che sia in grado di ospitare, nutrire, dare un senso. Quindi a un prosciugarsi della linfa vitale, a un essicamento del vivere.

Privi di un suolo dove sentirsi ben piantati ci aspetta la desolazione, senza una qualche dimora di senso ci attende la vita precaria, il vivere a perdere.

Pensare per luoghi significa allora compiere un gesto di resistenza ai processi di banalizzazione e di depauparizzazione non soltanto dei territori fisicamente e culturalmente intesi, ma della profondità dell’esistenza.

Rendere luoghi i territori

Propongo quindi di definire “luogo” una dimensione dell’esistenza in cui l’orizzontalità si armonizza con la verticalità spirituale, dove è possibile pensare, sentire, lavorare all’insegna dell’altezza e della profondità. 

Mantenere uniti gli uomini in virtù di carte, sigilli, obblighi, a nulla serve.
Solo sa mantenere uniti gli uomini ciò che aggrega ogni cosa in un vivo principio, come ciò che unisce le membra di un corpo, le fibre di una pianta (Whitman Walt (1973), Foglie d’erba, Einaudi, Torino, ed. or. 1892.).

Un semplice territorio diventa “luogo” quando la sua superficie esprime un sotto e un sopra. La nostra misera post modernità ha dimenticato o voluto dimenticare che il verticale precede l’orizzontale, lo fonda e lo garantisce.

Il segreto dell’idea di comunità, penso di qualsivoglia comunità, è tutto qui. Ricordo le parole venate di malinconia di un kibbuznik in una sera di quasi vent’anni, fa all’ombra di una veranda nel kibbutz di Ein Gedi sulle sponde del Mar Morto: “Il fallimento dell’idea di kibbutz deriva dall’aver scordato che qualsivoglia tipo di socialismo comunitario per essere concreto deve avere motore e carattere spirituale”. In altre parole, l’orizzontalità della relazione con sé stessi, con gli altri, con il mondo implica una verticalità trascendente, a doppia direzionalità: verso il basso, di radicamento etico, verso l’alto, di ampliamento, coscienza, impegno universale.

Il tentativo di Adriano Olivetti

Adriano Olivetti aveva ben compreso l’anima verticale dell’orizzontale, quando immaginava il territorio come luogo dove

“creare un comune interesse morale e materiale fra gli uomini che svolgono la loro vita sociale ed economica in un conveniente spazio geografico determinato dalla natura e dalla storia” (Olivetti Adriano (2014), L’ordine politico della Comunità, Edizioni di Comunità, ed. or. 1945.).

E proprio qui si va profilando uno degli errori, o se vogliamo dei limiti, del progetto di Adriano. Trascurò l’anoressia verticale che da molto tempo aveva colpito l’occidente. Non tenne conto che esistono bisogni che forze potenti e interessi immensi sottraggono alla coscienza dell’essere umano. Forze che lo inducono a negarli, quei bisogni, addirittura a rigettarli. Nonostante che di quel mancato riconoscimento poi si ammali e ne muoia.

Certo, gli esseri umani hanno disperatamente bisogno di luoghi dove incontrare sé stessi, tessere vere relazioni con gli altri, all’interno di una verticalità che li proietti oltre la loro finitudine. Senza dubbio necessitano dell’amore, della verità, della bellezza, della giustizia che Adriano Olivetti assunse come riferimenti per il suo progetto di “localizzazione” imprenditoriale. È vero, ne hanno bisogno. Ma non lo sanno, perché da secoli viene loro detto il contrario. E se lo intuiscono non basta che trovino queste cose già pronte e scodellate perché le apprezzino.

Senza verticalità l’orizzontalità si entropizza. Se non compresa, non condivisa e quindi mal utilizzata, l’energia del luogo rischia di rendere gli uomini ancora più meschini ed egoisti, li svuota di tensione, li snerva. Pensata per dar loro salute, se non genera una rivoluzione interiore li rende opportunisti e li fa ammalare di un odio maligno verso ciò che li nutre. Adriano proponeva la rigenerazione verticale dell’essere umano.

In molti, moltissimi, quel progetto non lo compresero, e continuano a non comprenderlo. Sgranarono gli occhi e si diedero di gomito. Per usare la terminologia che propongo in questo scritto, adottarono i vantaggi dell’orizzontalità senza maturare la necessaria, sottostante verticalità. Si accontentarono, più o meno furbescamente, di godere di vantaggi immediati e tangibili. Che Adriano non intendeva come fini, ma come strumenti per una più profonda palingenesi individuale e sociale.

Luoghi per competere

Il XXI secolo ha bisogno di rinnovata verticalità. Non è certo un caso che il progetto di Adriano Olivetti torni prepotentemente alla ribalta. Chiari segnali indicano l’alba di una nuova economia, fondata sulle relazioni di senso e non più soltanto sugli scambi.

E se gli scambi prosperano sull’orizzontalità di superficie, per le relazioni occorrono profondità valoriale e altezza spirituale.

La trasmissione della verticalità dei luoghi attraverso il racconto del genius faber territoriale sarà la chiave per rispondere ai trend di consumo relazionale dei prossimi anni. L’anonimato e l’impersonalità sono ormai obsolete. Risulterà decisivo offrire al consumatore globale narrazioni collettive in grado di mostrare il luogo sorgivo dei prodotti, far vivere esperienze di identità condivisa, rispondere al bisogno di fiducia attraverso la messa in coerenza di prodotti e retroscena produttivi.

Per i luoghi lavorativi – dove l’orizzontalità dello scambio si arricchisce di verticalità etica e spirituale – si apre una grande e concreta opportunità: favorire l’affermazione di una nuova forma di economia e di mercato, fondata non più su merci feticcio, ma su relazioni estetiche, etiche, esistenziali tra produttore e consumatore.

 

Note bibliografiche
Berdjaev Nikolay (2004), Nuovo medioevo, Fazi Editore, Roma, ed. or. 1923.
Olivetti Adriano (2014), L’ordine politico della Comunità, Edizioni di Ccomunità, ed. or. 1945.
Whitman Walt (1973), Foglie d’erba, Einaudi, Torino, ed. or. 1892.

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