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Un tentativo di rivalorizzazione dell’artigianato bolognese.

 

L’Ex-Fabbrica Staveco è un immenso complesso industriale nel centro di Bologna. Qual è la storia di quest’area abbandonata che collega il centro di Bologna alla collina?

La Ex-Staveco è un’area ex conventuale che con l’invasione di Napoleone nel 1796-97 fu sequestrata per acquartierare le truppe. A fine Ottocento fu trasformata in arsenale militare e in laboratorio pirotecnico. Durante il primo conflitto mondiale fu la fabbrica più importante della città, arrivò ad assumere più di 12 mila operai, in particolar modo donne perché più adatte a lavori che richiedevano una grande manualità. Da laboratorio pirotecnico passò ad officina di riparazione dei corazzati e negli anni ‘70 del Novecento prese il nome Staveco (STAbilimento VEicoli da COmbattimento). La storia della Staveco a Bologna finisce con la fine della guerra fredda, nei primi anni ‘90 si decise di chiuderla come gran parte di molte caserme.

Ci sono stati progetti per salvarla dall’abbandono?

Sono nati diversi progetti e comitati cittadini. Nel 2000 e nel 2008 il quartiere Santo Stefano promulgò un concorso di idee per immaginare un futuro diverso per quest’area. Intervenire su quest’area significa prima di tutto fare una bonifica bene approfondita. Questo è il principale problema che sta bloccando qualsiasi tipo di progetto, l’unica soluzione plausibile sembra essere la costruzione della cittadella giudiziaria di Bologna. Prima di arrivare a quest’ultima fase, sembrava prendesse piede il passaggio di proprietà dal demanio al comune e dal comune all’università di Bologna.

 

Come è nata l’idea del Laboratorio Staveco?

Ho seguito la vicenda del Campus 1088 per un quotidiano online e mi sono appassionato al tema della rigenerazione urbana. Visitando la Ex-Staveco sono rimasto impressionato e ho pensato di scrivere una lettera aperta ai giornali di Bologna per sensibilizzare la cittadinanza sul tema.

Insieme ad un gruppo di amici abbiamo creato una proposta di rivalorizzazione legata al contenuto culturale di quel luogo, e abbiamo deciso di prendere il nome di Laboratorio Staveco. La sigla che indicava “Stabilimento di veicoli da combattimento” è stata traslata in “Saperi Tramandati dell’Artigianato VEcchio e COntemporaneo”, cambiando la qualificazione del luogo da militare a civile. Abbiamo pensato ad un luogo di condivisione dei saperi non di carattere accademico, ma una scuola dei mestieri artigianali: dallo scalpellino fino ai cosiddetti makers digitali.

Grazie all’interesse della CNA abbiamo capito che puntare sul tema dell’artigianato era un’idea vincente. Viste le difficoltà della realizzazione di un progetto architettonico, abbiamo dovuto cambiare il focus: il contenuto, cioè l’ambito dell’artigianato, ha prevalso sul contenitore. Conservando l’idea iniziale di rigenerazione urbana, abbiamo spostato il progetto nei luoghi dove lavorano i tanti artigiani che continuano la loro attività a Bologna. Attraverso i nostri progetti vogliamo creare un legame lavorativo fra i tanti attori del territorio.

 

Che tipo di identità lavorativa caratterizza l’artigianato dell’area bolognese?

L’artigianato bolognese è storicamente legato all’industrializzazione della città. La stessa Staveco è stata una scuola per gli artigiani bolognesi, all’interno di questo spazio molte persone hanno imparato a lavorare il ferro, il legno, le corde. È proprio da questa scuola che sono nati i primi imprenditori che hanno aperto le loro officine in tutta la città ad inizio Novecento.

Bologna è stata in passato una città ricca perché aveva un grande sistema di canali che ha permesso lo sviluppo del settore tessile. Per sfruttare la presenza di questi canali sono state inventate le “chiaviche”. Per consentire una maggiore distribuzione della forza della corrente sono stati creati dei buchi – delle chiaviche – nelle murature delle case, così l’acqua entrava nelle case dove veniva istallato il mulino. Vennero chiamate case-fabbrica, sistema proto industriale che sorgeva lungo l’odierna Via delle Moline: un intero palazzo dove invece di esserci degli appartamenti c’erano dei filatoi enormi che giravano e arrotolavano la seta.

 

L’identità della Staveco sembra tradursi nella capacità di veicolare il sapere artigiano alla città, come succedeva proprio nella fabbrica attraverso l’interazione tra le aule di lezione e i laboratori attigui. Secondo lei, c’è un genius loci in grado di connettere sapere e saper fare?

È lo stabilimento stesso che ti porta ad immaginare questo. La Staveco, con i suoi enormi spazi in un punto centrale della città, può diventare per Bologna un punto di riferimento come Scuola dell’Artigianato bolognese. Con un’operazione simile all’Accademia della moda di Milano, l’artigianato deve diventare un simbolo per la città, e la Ex-Staveco ha le capacità di spazio e di posizione per assolvere a questa funzione. Anche se questi sono progetti lontani, l’idea è di non abbandonare la Ex-Staveco a sé stessa, dobbiamo imparare come dalle rovine si può ricostruire.

 

La CNA di Bologna si è interessata alla vostra iniziativa, in che modo prevedete di collaborare?

La CNA di Bologna è interessata a valorizzare alcuni ambiti dell’artigianato tradizionale ed artistico, soprattutto atraverso ECIPAR, il proprio ente di formazione. In ECIPAR Bologna tutti i corsi che si fanno oggi riguardano l’industria 4.0 perché c’è un grande bisogno di innovazione nelle piccole e medie imprese. Negli anni ’80 si cercava invece di salvaguardare i vecchi mestieri, ad esempio attraverso la cosiddetta scuola di liuteria bolognese. Questa strada è stata via via abbandonata ma rimane la voglia di valorizzare il saper fare della città.

Noi di Laboratorio Staveco abbiamo sentito l’esigenza di riportare sotto i riflettori un patrimonio culturale che rischia di scomparire. Per questo abbiamo voluto portare gli artigiani nelle strade della città attraverso eventi culturali. Gli artigiani si sono raggruppati intorno alla nostra idea e attraverso una serie di iniziative per far conoscere queste realtà a volte nascoste. La CNA può contribuire ad aiutare gli artigiani mettendo a disposizione la sua capacità a livello di formazione, soprattutto nel migliorare la parte imprenditoriale.

 

Quali sono le iniziative che state portando avanti?

Nel 2018 abbiamo portato avanti il progetto EMPIRICO: giocando sempre sull’idea della rigenerazione dinamica degli spazi, abbiamo preso un container, che spesso trasporta merci industriali, e vi abbiamo trasferito come contenuto gli artigiani. Il progetto EMPIRICO ha messo in mostra come lavorano gli artigiani, attraverso i nostri canali social abbiamo messo in mostra le mani al lavoro.

Da un incontro con gli artigiani che si sono raggruppati intorno al nostro progetto è emersa la volontà di iniziare dei corsi che possono essere professionalizzanti o che avvicinino le persone interessate a questi mestieri. Vogliamo farci promotori dell’ambizione degli artigiani bolognesi, essere una calamita delle realtà già esistenti. Ci sono artigiani che da soli fanno corsi di falegnamerie e di lavoro del ferro, sono diversi materiali, diverse realtà che mescolandosi insieme stanno generando qualcosa di nuovo. Siamo diventati quasi un’agenzia di promozione in questo termine, l’intento principale è quello di costruire una scuola dei mestieri. Artigiani, artisti e giovani apprendisti si stanno conoscendo e confrontando, grazie a ciò sono già nate delle collaborazioni professionali interessanti. Da tutto queste sinergie potrà uscire solo del “bello”, una grande opportunità per la città e per Laboratorio Staveco.

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