Terre di Lavoro

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Con Marco Aime a quota 1115

Musrai

Quota 1115 – resistenza contro l’abbandono.

Questo il titolo dell’evento che domenica 4 luglio si è svolto nella piccola borgata di Musrai: un alpeggio, due casette e una chiesa minuscola, poco sopra il comune di Alpette, affacciati direttamente sul Gran Paradiso.

L’alpe è stata riportata alla vita con il lavoro e la dedizione di alcuni ragazzi che, riuniti nell’associazione La neve dell’Ammiraglio, dal 1996 proseguono la loro opera instancabile di manutenzione e rivitalizzazione del luogo, in accordo con i proprietari e donando il loro lavoro affinché il genius loci di questo angolo di montagna torni a essere protagonista di un racconto comune.

Dopo la pulizia dell’alpe e il ripristino dei sentieri e dei muri a secco, il prossimo obiettivo è la sistemazione della baita adibita a stalla e alloggio per il pastore.

La particolarità dell’impresa – finanziabile attraverso un crowfounding – risiede nel fatto che gli associati donano il proprio lavoro, e i fondi richiesti si limitano all’acquisto delle materie prime.

I finanziamenti serviranno inoltre all’acquisto di cinque capre da sistemare a lavori ultimati proprio nella stalla che sarà recuperata, in un’ottica di riutilizzo e di restituzione coerenti e sostenibili.

Questa, infatti, è terra di pastori transumanti. E in un giorno di festa finalizzato appunto alla raccolta fondi, è un nome importante a spendersi per la causa e a raccontare al pubblico il senso profondo di una cultura che rischia di estinguersi.

Stiamo parlando di Marco Aime, docente di antropologia presso l’Università di Genova.

Esperto di antropologia alpina e studioso delle credenze di stregoneria – le “masche” dei montanari della valle Grana – Aime ha proseguito e ampliato i suoi studi conducendo ricerche in in Pakistan, Mali e in Africa, affiancando l’attività di ricerca a quella di giornalista, fotografo e scrittore per testate come La Stampa, Airone, Atlante, Gulliver. Oggi, nella cornice dei pascoli di Alpette, presenta Rubare l’erba, testo in cui racconta la vita dei pastori di Roaschia, paesino poco distante da Cuneo di cui erano originari i suoi nonni.

In passato Roaschia era abitato da contadini e pastori di pecore transumanti. É con loro che Marco Aime ha trascorso periodi di infanzia e adolescenza che hanno segnato la sua storia e probabilmente orientato la sua professione. Dopo aver viaggiato a lungo ed essere venuto a contatto con culture e popoli di ogni parte del mondo, Aime è tornato a parlare della sua terra e della sua gente, ritrovando nel cammino dei pastori di quel tempo l’attualità dei popoli che oggi si spostano in cerca di luoghi in cui poter vivere dignitosamente.

A questo proposito, l’antropologo ci ricorda che i nomadi, liberi figli del vento sono belli e poetici solo quando sono lontani, come nel caso dei tuareg o degli indiani d’America. Quando invece le loro traiettorie incontrano le nostre sicurezze, iniziano i problemi e il fascino lascia spesso spazio a pregiudizi e intolleranza. Anche all’epoca dei suoi nonni, in queste terre, i pastori non godevano di grande reputazione, venivano considerati dei “gratta”, ladri che bisognava controllare e scacciare. E il protagonista del libro, Toni, racconta che forse un po’ gratta lo erano per davvero. Ma se proprio capitava, tutto quello che rubavano era un po’ d’erba per far mangiare le pecore.

Il libro regala squarci toccanti di vita montanara che aprono un orizzonte poco conosciuto su quella gente che muovendosi dalle montagne arrivava in pianura e poi al mare, in Francia, elaborando abitudini di vita, linguaggio e strategie che univano alla pratica della pastorizia quella del sapersi arrangiare in ogni situazione. I pastori, infatti, come succede ai popoli nomadi, finivano per fare commerci e non di rado anche un po’ di contrabbando. Probabilmente anche il commercio del sale e delle acciughe ha una storia di contrabbando, che secondo il poeta Nico Orengo si doveva forse ai saraceni che prima dell’anno Mille attraversavano le valli piemontesi. Scrive Aime che “il sale era tassato dalla Repubblica di Genova e così la gente riempiva metà barili di sale e poi lo copriva con le acciughe, che non pagavano dazio. Chissà, forse è andata davvero così, o forse no, ma sta di fatto che l’acciuga si è sciolta nella bagna caôda, è diventata piemontese”.

Un pesce povero adatto a gente povera, che ben si è sposato a palati avvezzi a cibi semplici e molta fame.

E mentre ammiriamo il panorama disteso davanti all’alpe, mi chiedo – e giro la domanda al professore – se questo nostro paese possa intravedere proprio nel lavoro la chiave per risollevarsi e trovare una nuova visione di ben essere e dignità per tutti coloro che lo abitano, siano essi stanziali o nomadi.

Ed è così che parlando di pastorizia transumante si finisce a ragionare di estetica.

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