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Mattoncini di memoria

Olivetti

A Ivrea abbiamo conosciuto Loris Franchi, un appassionato di costruzioni Lego da più di 30 anni.

Di recente ha fondato con altri appassionati l’associazione Bricks addicted, con l’obiettivo di costruire modelli di architetture reali. Nell’ambito di un progetto dedicato alle architetture olivettiane, si è dedicato alla ricostruzione della celebre fabbrica di mattoni rossi, primo nucleo della Olivetti edificato da Camillo Olivetti nel 1908.

Il progetto è stato condotto in collaborazione con l’associazione culturale Amargine, fondata da Gabriella Gianotti, una storica che attraverso le sue attività di ricerca e sperimentazione sul campo promuove la lettura e l’arte in tutte le sue forme, ma anche la condivisione di capacità, esperienze, conoscenze, professionalità e progetti.

Le due realtà si sono unite in un progetto comune, che vede il mattoncino Lego protagonista di un progetto di rivitalizzazione culturale del territorio.

Genius Faber ha incontrato i presidenti delle due associazioni di fronte al modello della fabbrica di mattoni rossi. La complessità della struttura fa sorgere la prima domanda, che rivolgiamo a Loris Franchi:

Come si arriva alla costruzione di un modello di questo tipo?

Dopo l’idea iniziale, si parte con il programma fornito dalla Lego che permette di realizzare modelli tridimensionali con i mattoncini, una sorta di CAD. Su quello, si cerca la proporzione giusta per realizzare al meglio l’edificio. A quel punto si ottiene un elenco di pezzi che sono da reperire, purtroppo non solo dalla Lego, che non vende con continuità tutti i pezzi, ma cercando in Europa o nel mondo i mattoncini necessari. Non è una ricerca semplice, anche perché noi utilizziamo per scelta solo pezzi originali realizzati dalla Lego. Una volta reperiti i pezzi, si procede con la suddivisione e si passa alla posa di tutti i pezzi

Sede Olivetti riprodotta con i mattoncini Lego - 4

Come è avvenuto l’incontro dell’associazione Amargine con i Brick addicted?

Dopo aver visto le loro opere è nata l’idea di usare il mattoncino lego come modello. Viviamo in un territorio che ha costruito modelli importanti di vita, industria e cultura. Il lego permette di mettere in atto un processo virtuoso: prima pensi quello che vuoi realizzare, poi metti insieme il pensiero con le mani, e quindi dai spazio a una creatività che diventa infine meccanismo per riscoprire la storia del territorio. Al di là di rendere omaggio a qualcosa di presente, come in questo la fabbrica di mattoni rossi, si crea una ricostruzione storica. In questo caso, quella che è stata realizzata è la fabbrica del 1912, non quella che si vede oggi.

Un modo non convenzionale di unire storia e divertimento, quindi.

È il modo di guardare al mondo dell’associazione, dichiarato a partire dal nome: Amargine, appunto. L’idea è di osservare ciò che circonda da una prospettiva trasversale, e questo ci accomuna a chi crea con i Lego: si mette a lato del modello che vuole ricreare, lo progetta, passa il pensiero alle mani e costruisce. Mi piacerebbe che questa modalità si proponesse al territorio come momento di ricostruzione: a partire da qualcosa che ha lasciato traccia nella mente delle persone, passare alla ricostruzione, coinvolgendo giovani e bambini con uno strumento di gioco.

Loris Franchi nella vita è un addetto vendita in una grande catena di supermercati. Gli ambienti di lavoro e l’impresa potrebbero guadagnare dalla scoperta dei talenti dei loro dipendenti?

Penso che uno dei grossi deficit delle aziende oggi sia proprio quello di non ascoltare i proprio dipendenti, cosa che invece era centrale nel pensiero di Adriano Olivetti. Dai talenti delle persone che lavorano in una azienda si potrebbe ricavare ispirazione, anche quando non è possibile mettere in pratica ciò che sanno fare. Il solo ascolto servirebbe a valorizzare la persone.

Sede Olivetti riprodotta con i mattoncini Lego - 3

Lego sta per aprire un nuovo store a Torino, voi siete una piccola realtà territoriale ricca di idee e iniziative. Si potrebbero contaminare le aree?

Ci piacerebbe arrivare a Lego e proporre una serie di collateralità che per potrebbero avere un ritorno economico per le aziende. Ma teniamo molto anche all’attivazione di un meccanismo attraverso il quale ricostruire un certo tipo di rapporto: mentre la fabbrica di mattoni rossi era esposta, tre signori si sono ritrovati ad osservare la struttura nello stesso momento e si sono riconosciuti. Lavoravano tutti e tre in Olivetti e non si vedevano più da 20 anni. Intorno al modello, hanno iniziato a raccontare la loro storia e quella dell’azienda. Penso che anche in questo modo si possa recuperare una memoria da trasmettere ai più giovani.

Quindi pensi che la cultura possa aiutare l’impressa a fare business?

Ne sono convinta. Oggi è proprio questa la differenza che si pone nel lavoro. Non abbiamo più certi tipi di necessità, molte macchine svolgono lavoro. Quello che fa la differenza nel prodotto è l’artigianalità culturale che si mette in quel lavoro. Le mani che costruiscono portandosi dietro una storia, creano un prodotto che ha un valore aggiunto enorme, e io credo che sia il valore aggiunto che il mercato oggi chiede. Secondo me si potrebbero anche sviluppare linee di prodotto adatte a essere impiegate in settori diversi, nella scuola, per esempio. Nel caso dei Lego, potrebbero trattarsi di kit creati per far lavorare i bambini su aspetti specifici, come quello dell’integrazione. In un momento di multiculturalità, nei miei sogni c’è quello di far ricostruire a bambini e ragazzi pezzi della loro storia, geografia, cultura di origine.

È dai bambini impariamo che le differenze crollano, non esistono, si dissolvono nel gioco.

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