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Servono nuove parole per guardare al futuro

Alfabeto del futuro

Ci servono nuove parole per guardare al futuro. Intellettuali e studiosi di ogni sorta continuano a ripeterci che ci troviamo in un mondo complesso, abitato da incertezza e turbolenza. Che diventa difficile immaginare cosa potrà accadere, che nessuna decisione può essere presa con il metro della certezza assoluta. Che qualunque cosa facciamo non saremo mai al riparo dal mistero del futuro.

L’incertezza verso il futuro sembra coinvolgere tutti e sembra permeare tutti gli aspetti della nostra vita, da quelli più privati e personali a quelli più sociali, nei nostri ruoli all’interno delle organizzazioni.

Chi guida le imprese oggi è chiamato a confrontarsi con scenari che mutano velocemente, e a muoversi con prospettive a breve termine che necessitano un monitoraggio costante in corso d’opera. Guardare al futuro oggi è una faccenda complessa.

Diversamente da altri momenti storici orientati all’ottimismo delle magnifiche sorti e progressive, il tempo che viviamo è maggiormente attraversato da ambivalenze e contraddizioni, dallo stupore per capovolgimenti improvvisi e dalla difficoltà di applicare  la semplice e rassicurante legge secondo cui i fenomeni si susseguono temporalmente con un rapporto di causa-effetto e solo una minima parte di essi sarebbe affidato al caso.

Il problema è che oggi siamo più esposti a ciò che è imprevedibile più che a ciò che è prevedibile.

Dice il sociologo Bauman nel suo libro “Scrivere il futuro”, con toni poco rassicuranti: “Anche se di giorno provi a dedicarti ai tuoi affari e fare tutto quello che ritieni importante, non potrai comunque sbarazzarti dell’oscurità della notte. E quando ti sveglierai, la mattina seguente, chi potrà sapere se l’azienda per cui lavori da trenta o quarant’anni esiste ancora?”

Che cosa fare dunque? Ce ne sarebbe abbastanza per scoraggiarsi e rassegnarsi passivamente al susseguirsi casuale delle cose, rinunciando di potervi incidere. Oppure scegliere di perseverare con modelli che tendono a controllare e prevedere quello che succederà, in modo da non farsi mettere in scacco dall’imprevisto dietro l’angolo. Oppure provare a imboccare una terza via.

Di fronte all’incertezza abbiamo bisogno di continuare a guardare al futuro con ottimismo. Ma allo stesso tempo con la lucida consapevolezza che è finita l’epoca in cui c’era l’illusione di poter controllare tutto. Quella che stiamo sperimentando è una condizione potenzialmente ricca di nuove opportunità da cogliere. Bisogna imparare a gestire i cambiamenti possibili.

Come fare?

Cercare un modello predefinito che ci dica che cosa fare non necessariamente si configura come la strada più giusta. Perché non esiste nessuna risposta certa di fronte all’incertezza. Piuttosto sembra più utile rimandare a valori di flessibilità, adattabilità, velocità, leggerezza, cambiamento, innovazione. Ciò che il momento storico accentua è l’importanza di acquisire capacità di gestire l’imprevisto, l’inatteso. Dobbiamo imparare a governare il caos, attraversare l’incertezza senza farci travolgere. Acquisire la capacità dei liquidi, di sapersi adattare facilmente al mezzo che incontrano.

Occorre cioè lavorare cioè su una nuova forma mentis non più basata sull’idea di controllare le cose, e per farlo ci serve nuovo linguaggio per guardare con speranza e ottimismo al futuro. In questo senso riflettere intorno ad alcune parole potrebbe esserci di aiuto.

La prima parola è dialogo

L’essere aperti al mondo rappresenta in questo scenario un atteggiamento favorevole. Dialogare con qualcosa di altro da sé porta a processi di ibridazione, contaminazione di idee potenzialmente fertili per creare innovazione. Un modus operandi tipico della nostra cultura mediterranea, esposta da sempre allo scambio e al confronto con culture diverse.

Che oggi dobbiamo e posiamo recuperare. Anche in forma rinnovata, avvalendoci del supporto della tecnologia: pensiamo a come sia relativamente facile fare esperienze con mondi nuovi, inesplorati paesaggi e incontri inattesi grazie agli strumenti che l’era digitale mette a disposizione.

A patto però che non cadiamo nel rischio della chiusura solipsistica, alla ricerca di una “comfort zone” che ci fa fermare su paesaggi, volti, situazioni già note e per questo rassicuranti. L’invito è ad essere esploratori del nuovo.

Un’altra parola ci arriva dal mondo delle piante: intelligenza diffusa

La recente scienza della neurobiologia vegetale parla di intelligenza diffusa per indicare il modello di adattamento sviluppato dalle piante per sopravvivere. Quello che apparentemente può sembrare un limite, il fatto cioè di essere ferme, in realtà è il loro punto di forza.  Perché le ha dotate di una sensibilità e ricettività spiccate (molto più di quelle che caratterizzano il mondo animale) che mette in grado di cogliere anticipatamente segnali di diversa natura provenienti dall’esterno (elettrici, magnetici, fisici etc.).

Nelle piante tutte le cellule possono produrre e trasmettere segnali elettrici, e dunque comunicare tra di loro, una specie di cervello distribuito. Quando ancora noi non sentiamo nulla loro già sanno che arriverà il freddo o il fuoco. Le piante non fanno previsioni. Attraverso i recettori sensoriali sono capaci di sentire le minime variazioni e adattarsi di conseguenza.

Le piante ci fanno conoscere modelli di adattamento utili a cui ispirarsi in un mondo di turbolenze continue e scarsa possibilità di pianificazione. Forse anche noi dovremmo lavorare a creare sistemi di “intelligenza diffusa” capaci di cogliere, rispondere e adattarsi efficacemente ai cambiamenti dell’ambiente che ci circonda. L’invito è ad acquisire intelligenzialità, capacità di essere ricettivi e responsivi nella relazione con tutto ciò che ci è intorno.

Concludiamo con la parola sogno

Se il futuro non è dato e non possiamo prevederlo, significa dunque che dobbiamo attrezzarci degli strumenti per poterlo costruire. Diceva Gramsci: “Dobbiamo farla, la storia”. A chi spetta dunque se non a noi a doverla realizzare, e prima ancora immaginare? Il coraggio di sognare oggi è una molla necessaria per ridare vigore e spinta alla ripresa delle imprese italiane. La spinta verso il futuro non ha a che fare con la ripetitività, ma con il cambiamento.

Saper sognare non è però una cosa banale. Significa sapersi riconnetterci ai propri desideri, scoprirli, dargli una forma e una visione, metterci energia per realizzarli. Comporta una competenza personale importante: avere capacità progettuale e visionaria di un mondo auspicabile a cui tendere, tendendo a mente anche le radici del proprio passato per far sì che il cambiamento avvenga nella piena realizzazione di sé. E questo vale sia per le persone che per le imprese.

La riflessione si conclude qui. Ma di parole per pensare al futuro, come potete immaginare, ce ne sarebbero tante e tante altre.

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