Terre di Lavoro

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Una figura che riteniamo esemplare nel panorama imprenditoriale italiano. Nicola Scarlatelli propone una rinnovata cultura di impresa fatta di etica, aggregazione e condivisione.

Fino al 2021 sarà presidente della Cna di Torino. Dove occorre intervenire per dare forza e competitività alle imprese artigiane?

Non voglio stare ad elencare tutto quello che dovrebbero fare le istituzioni o il sistema paese, sono anni che tutte le associazioni di Piccole e Medie imprese stanno chiedendo le stesse cose senza ottenere alcuna risposta. Io penso che occorra che gli imprenditori comprendano che possiamo e dobbiamo fare qualcosa noi. La caratteristica di queste aziende è la loro piccola dimensione, per questo bisogna lavorare insieme facendo rete e condividendo obiettivi comuni, creare una massa critica in grado di rendere tutti competitivi.

Il settore della meccanica è trainante per il Made in Italy. Qual è lo scenario del settore nell’area torinese? Quali i punti di forza, quali di debolezza?

Nelle altre zone manifatturiere d’Italia come il Veneto o l’Emilia Romagna c’è un’idea di distretto, di condivisione e collaborazione fin dalla loro nascita. A Torino le aziende nascono a fine Ottocento con la produzione delle auto, la FIAT per anni le ha alimentate, dando ad esse tutto quello di cui avevano bisogno, di conseguenza le aziende non si sono sviluppate, non c’era bisogno né di innovare né di crescere culturalmente. Oggi la produzione automobilistica a Torino si è drasticamente ridimensionata ed in futuro lo sarà ancora di più.

Bisogna cambiare paradigma, con concetti culturali come quelli dall’aggregazione e dalla condivisione. Le aziende che sono riuscite a superare la crisi sono quelle che guardano oltre il confine e hanno generato e attuato sistemi che consentono di esportare in giro per il mondo. Ed è proprio la storia uno dei punti di forza della nostra realtà, insieme alla nostra capacità di saper fare, di risolvere problemi, di innovare e fare ricerca. Le Piccole e Medie Imprese fanno continuamente ricerca, soprattutto dei processi, ma non la raccontano, non la comunicano, non ne fanno un punto di forza. Per crescere, e per crescita non intendo quella numerica o di dimensione, ma culturale, dobbiamo puntare prevalentemente alla nostra storia e al nostro modo di lavorare. La debolezza è quella che si ritiene di poter fare tutto da soli.

In quanto imprenditore, quali sono i punti fermi ai quali si ispira nella guida della sua azienda? Tre parole chiave che ritiene alla radice del successo di SAMEC.

Le tre parole chiave del successo della SAMEC sono: amore, passione e condivisione. Io sono legato al concetto di continuità, mi piace l’idea che questa azienda continui a trasmettere valori. Il lavoro è una componente essenziale della nostra vita, della dignità dell’essere umano. Il lavoro non è solo legato ad un concetto di sopravvivenza o di soddisfazione dei propri bisogni, ma è ricerca di sé stesso e dei propri limiti. Il lavoro è una ricchezza generata dalle persone che ti circondano, una vita legata alle altre persone: i collaboratori, i clienti e tutta la società nella quale viviamo. Siamo legati come azienda alla storia del nostro paese, alla voglia delle persone che hanno creduto ad una possibilità di riscatto attraverso il lavoro, al raggiungimento di condizioni sociali ed economiche migliori, all’opportunità di essere un po’ più felici.

Cosa ne pensa del problema del cambio generazionale?

Un trauma, un trauma per tanti motivi. Tradotto nel mondo delle piccole e micro imprese che sono quasi tutte aziende patrimoniali e familiari. Nella nostra cultura siamo molto possessivi (ad esempio nelle relazioni) ed ognuno di noi crea una storia in base alle proprie caratteristiche. Quando un’azienda va bene spesso si pensa che sono stato io a farla andare bene, da questa idea si genera la paura che qualcun altro non faccia bene come ho fatto io. Anche con i figli biologici si hanno punti di vista diversi, ci sono delle grandi differenze. Non voglio mettere sulle spalle di mio figlio il peso di fare almeno quello che ho fatto io, quando ho iniziato io bastava che fossi un bravo tornitore, oggi da soli non si fa più nulla. La trasmissione d’impresa è un momento molto delicato, un momento difficile perché nei giovani, per quanto io li ami, ci sono dei concetti di impegno che non sono così radicati come lo erano per la mia generazione, perché ci sono meno esigenze, c’è meno voglia di riscatto, meno bisogni soprattutto primari.

Quindi passa l’immagine dell’imprenditore come un lavoro poco impegnativo, invece l’impegno è totale, l’esigenza di un’azienda diventano primarie rispetto a quelle personali. Ma non considero l’azienda come mia, io sono proprietario (anche se è una parola che non mi piace) dei beni strumentali, ma non sono il padrone di chi lavora qua dentro, sono loro che danno ricchezza a questa azienda. L’azienda è anche la loro, sono loro il valore. È la somma delle parti che genera la realtà che c’è e che potrà esserci grazie al loro spirito di vivere il lavoro.

La piccola impresa del made in Italy si trova spesso a doversi confrontare con giganti esteri e con multinazionali. Su cosa dovremmo puntare per risultare competitivi?

Il tutto si lega facendo massa critica. SAMEC nel 2011 è stata promotrice della prima rete, a cui partecipa, di imprese di meccatronica. È una filiera verticale fatta da uno studio di progettisti, un’azienda di meccanica (la nostra) e una che sviluppa software e hardware. Lavorando insieme si riesce ad offrire un sistema complesso mettendo a fattor comune le proprie esperienze e capacità. In questo modo pur mantenendo l’individualità delle 3 aziende riusciamo ad avere un prodotto competitivo con l’estero. I risultati si raggiungono aggiungendo le persone, la digitalizzazione delle imprese ha bisogno di risorse giovani. Bisogna puntare sui giovani, le tecnologie e l’integrazione.

Quale ruolo gioca la dimensione etica nell’agire d’impresa? E nella sua impresa?

Io penso che mi appartenga molto e che sia palpabile all’interno della nostra realtà. Guardo molto al presente e con un occhio proiettato al futuro però sono sempre legato al passato, alla storia della mia famiglia. Sono stato una persona molto fortunata: non mi è mai mancato niente e ho avuto la possibilità di scegliere la mia formazione.

Dico queste cose perché per mio fratello non è stato così e ho visto da vicino gli sforzi che lui ha fatto. Abbiamo dei diritti ma ognuno di noi ha tutta una serie di doveri. Sono in debito e sono grato a chi nella vita non ha avuto tutte le possibilità che io ho avuto e ha rinunciato a qualcosa per permetterle a me.

La SAMEC è un’azienda di una trentina di persone con un’età media di 34 anni, di sei differenti nazionalità e di 4 religioni diverse. La regola è che ognuno di noi è importante, senza qualcuno di noi manca un pezzo dell’azienda. Il senso di restituire alla società genera un circolo virtuoso in grado di migliorare il mondo che viviamo.

In un’azienda meccanica quanto è importante il coinvolgimento delle Risorse Umane per sostenere le strategie aziendali?

Il coinvolgimento è determinante perché se non c’è il coinvolgimento non ci può essere nessuna strategia. Le persone bisogna pensarle non nel breve ma nel medio e lungo termine. Nell’azienda meccanica abbiamo una componente di tipo tradizionale fondamentale che troppo spesso viene ignorata: è la sensibilità nel sentire dal rumore della macchina se lavora bene o no, il tatto nel sentire se il pezzo sta venendo della ruvidità giusta. Questo aspetto tradizionale/artigianale viene sempre meno trasmesso. La formazione e il coinvolgimento delle persone richiedono tempo, energia e partecipazione, ma questa è la visione strategica per raggiungere degli obbiettivi. Persone formate, persone che crescono non possono essere sostituite da un momento all’altro.

Quale peso gioca per il successo del Made in Italy il promuovere e comunicare un lavoro inteso non soltanto come atto produttivo, ma come arte di vivere, luogo di convivialità e di relazioni interpersonali, dimensione carica di bellezza e di spiritualità?

Parlare di Made in Italy vuol dire parlare di un modo di vivere e concepire la vita. Il Made in Italy è una storia che ci appartiene, non è solo semplicisticamente un prodotto bello, curato e attento al particolare. Il Made in Italy è un modo di essere unico perché viene da migliaia di anni di storia. Dobbiamo continuare a trasmettere, anche in modo inconsapevole, il lavoro italiano come si trasmettono i geni biologici.

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