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Al cuore del Made in Italy con Adriano Olivetti

Palazzo uffici Olivetti

Un episodio riguardante la produzione delle macchine per scrivere Olivetti è esemplare di come il lavoro italiano abbia saputo e sappia rendere competitivi i suoi prodotti facendo di essi l’espressione di un’autentica arte di vivere. Merita velocemente raccontarlo.

Primi anni ’60. Adriano Olivetti è scomparso all’improvviso, lasciando in azienda un vuoto enorme. Alcuni ingegneri, pressati dalle esigenze della produzione cominciano a porsi una domanda insistente. E’ il caso – si domandano – di continuare a realizzare i particolari interni delle macchine in modo così bello e accurato, dal momento che nessuno è in grado di vederli?

Ricorda al proposito Luciano Gallino:

Per decenni si erano prodotti componenti interni delle macchine che nessuno, tranne chi le costruiva, o qualche tecnico, che anni dopo avesse dovuto ripararle, avrebbe mai visto. Componenti particolarmente ben disegnati, passati alla rettifica benché non fosse necessario, cromati con cura, e per sempre invisibili nel cuore di una calcolatrice o di una macchina per scrivere.[1]

Perché investire così tante “ore uomo” per disegnare e cromare le parti celate all’interno della macchina con la stessa precisione riservata a ciò che è ben visibile al suo esterno?  Per comprenderne il motivo basta liberare il termine “cuore” dalla facile retorica, ridare alla parola i significati di generosità (“una persona di cuore”) e contemporaneamente di profondità (“il cuore di una questione”). L’apparente inutile perfezione immessa in ciò che è invisibile rende la macchina ben più che una serie di componenti opportunamente assemblate, piuttosto un qualcosa di animato. In essa si sente lo spirito che attraversa l’intera azienda, un’idea grande dell’uomo e del suo lavoro. Fornita di un cuore segreto, la macchina si ribella all’essere considerata soltanto una merce. Le conseguenze sono duplici. Gli operai sentono di prendere parte alla realizzazione di autentici “capolavori”, il che cambia profondamente il senso del loro fare quotidiano. Gli effetti sulla clientela sono ancora più profondi: il valore del prodotto si allarga ben oltre il suo semplice valore commerciale, e cresce in maniera esponenziale.

Le macchine capolavoro della Olivetti miscelano alla perfezione valori d’uso, valori simbolici, valori esistenziali. Esprimono un progetto di alta tecnologia animato da un’idea dell’uomo e del lavoro, da una visione grande e generosa del vivere. Al loro interno si sente pulsare l’insieme delle forze materiali messe al servizio di mete spirituali. Veicolano un mondo fatto di efficienza e contemporaneamente di rispetto per l’essere umano, di giustizia, di verità, di bellezza: acquistandoli e utilizzandoli si entra a far parte – ecco l’autentico made in Italy! – della civiltà italiana del buon vivere e del ben lavorare.

Per inciso: il cuore lavorativo è ciò che ha contrassegnato il prodotto Olivetti nel mondo, che ne ha rappresentato il riconosciuto valore aggiunto. Si deve a quel cuore il successo dell’azienda (30% delle quote di mercato a livello mondiale, 70% a livello nazionale). Quando si è cominciato a considerarlo un elemento accessorio, per l’azienda e per i suoi prodotti è stato l’inizio della fine.

L’intuizione imprenditoriale di Adriano è attualissima: il valore del Made in Italy è nel valore del suo intangibile lavorativo, nel genius faber che rende un prodotto espressione del chi lo ha concepito, del come è stato realizzato, del dove ha preso vita, del suo quando e perché.

Chi acquista un prodotto made in Italy non fa sua soltanto una merce: diventa partecipe degli intenti, del progetto, della vita di chi lo ha concepito e realizzato.

Nel prodotto autenticamente italiano si deve poter percepire la mano, la testa, il cuore di chi lavora, l’intensità esistenziale del produttore, il caratteristico plusvalore culturale a partire da cui è possibile applicare e far riconoscere al prodotto un adeguato premium price.

[1] Luciano Gallino, L’impresa responsabile, 2001, p. 106.

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