Terre di Lavoro

Il Paesaggio interpretato e comunicato attraverso l'identità lavorativa dei Territori.

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I luoghi del fare

di Alberto Peretti

Orizzontalità e verticalità

Quasi un secolo fa il russo Nikolaj Berdjaev pubblicava Nuovo Medioevo. Il libro contiene riflessioni di sorprendente modernità, che introducono alla tesi che qui vorrei sostenere: la necessità, antropologica ed esistenziale, prim’ancora che economica, di tornare a parlare di luoghi, vale a dire di geometrie del vivere all’insegna della profondità e dell’altezza.

L’uomo ha spezzato i propri legami con il centro spirituale dell’esistenza, ha con ciò abbandonato la profondità e si è spostato alla superficie. […]  L’uomo ha cessato di essere un organismo spirituale. Sono allora comparsi, alla periferia della vita, dei centri fasulli. […] l’uomo europeo si trova in uno stato di terribile vacuità. Non sa più dove sia il centro della propria vita. Sotto ai piedi, non sente più alcuna profondità. Si dedica a un’esistenza del tutto piatta. Vive a due dimensioni, come se appartenesse, letteralmente, alla superficie terrestre, ignorando ciò che è sopra e che è sotto di lui.

Il termine “globalizzazione” contiene due significati del tutto diversi: da una parte insieme delle dinamiche di interconnessione planetaria di eventi e fenomeni, dall’altra processo di unificazione del mondo su logiche e fini omologanti, all’interno di un anonimato relazionale, valoriale, culturale, territoriale.

Con la globalizzazione il mondo si è trasformato in qualcosa in cui non si sta, ma in cui si passa, un luogo di transito. E così, mentre è svanito il punto fermo da cui guardare, è scomparso anche il qualcosa su cui fermare lo sguardo. Trionfo del flusso, del trapasso, della liquidità orizzontale

Dunque, perdita dell’idea di profondità verticale: muoversi, ma non essere mai realmente in nessun luogo; andare dappertutto, ma non provenire da nessun luogo. Mondo ridotto a tempo di percorrenza, luoghi ridotti a nudi spazi, da percorrere e misurare con l’unico metro della distanza.

Ma l’esistenza umana ha necessità di bilanciare l’orizzontalità con la profondità e l’altezza. Ha bisogno di interiorizzare un sopra e un sotto. Abbiamo antropologicamente e economicamente la necessità di recuperare i luoghi del vivere, vale a dire dimensioni che diano profondità e altezza verticale al nostro vivere e fare orizzontale.

Rendere luoghi gli spazi

Propongo di definire “luogo” una dimensione dell’esistenza in cui l’orizzontalità degli scambi si armonizza con la verticalità etica, spirituale e culturale, dove è possibile pensare, agire, produrre in modo radicato, all’insegna dell’altezza e della profondità.

Un semplice spazio diventa “luogo” quando la sua dimensione superficiale esprime un sotto e un sopra. La nostra post modernità ha dimenticato o voluto dimenticare che il verticale precede l’orizzontale, lo fonda e lo garantisce. In altre parole, l’orizzontalità della relazione e dello scambio, con sé stessi, con gli altri, con il mondo, per funzionare correttamente implica una verticalità etica e culturale. Adriano Olivetti lo aveva compreso perfettamente quando immaginava il territorio come luogo dove “creare un comune interesse morale e materiale fra gli uomini che svolgono la loro vita sociale ed economica in un conveniente spazio geografico determinato dalla natura e dalla storia”

Mappare le sedimentazioni verticali dei luoghi: l’Intangibile Lavorativo Territoriale

Giacomo Becattini, grande economista e territorialista, aveva ben chiari i possibili scenari futuri in cui le nostre imprese dovranno muoversi.

Le tre possibili tendenze racchiuse nel grembo del capitalismo attuale sono dunque: a) verso un mondo di flussi di merci, capitali, e uomini, che non si arrestano mai e che anzi tendono, ma non sempre vi riescono, a intensificare la loro velocità […] b) verso un mondo di grandi società transnazionali che tendono a sostituirsi agli stati nazione come protagoniste del giuoco economico, ma anche culturale e politico; c) verso un mondo di comunità produttrici che crescono su se stesse; sviluppando ognuna – in una sfida continua con le altre, che si esprime principalmente nel confronto, insieme, delle rispettive merci e delle rispettive civiltà, il suo genio particolare.

Genius loci: ciò che esprime la natura più intima e profonda di un luogo. L’insieme di quanto lo rende unico e inconfondibile, che manifesta le qualità di un luogo e i segni della sua particolare civiltà

L’italico genius loci lo si è cercato nei panorami, nei suoni, nelle atmosfere. Ma è oltre e dietro, sotto e sopra, che fa capolino il vero spirito della nostra terra: nelle mani che hanno modellato quel terreno, tracciato quelle vie, forgiato quel metallo. Un genius che è espressione dell’anima operosa di coloro che vi abitano da secoli. Della loro fatica, intelligenza, passione.

Qualcos’altro permette di cogliere l’italico genius loci. È il genius faber. È il lavoro, il lavoro italiano. Vale a dire uno stile di lavoro unico e inconfondibile, che ha radici, fisionomia e caratteri riconoscibilmente italiani. Il lavoro italiano esprime un particolarissimo modo di usare le mani, la testa, il cuore. Dice di una ben precisa filosofia, di un’etica e di un’estetica del vivere. Racconta di un certo modo di concepire l’essere umano, di rapportarsi alla natura, di fare comunità, di usare il pensiero.

Il genius faber italiano vive appartato, sovente costretto a una semiclandestinità, frainteso da un mainstream economicista e produttivista di insopportabile pochezza. Irriso da un pensiero che banalizza l’atto di lavoro, lo uniforma a regole anodine, lo separa dai mondi della cultura e dello spirito.

Da dove partire per individuare gli indici di tipicità culturale di un luogo? Come mappare le specifiche forme di verticalità che caratterizzano i luoghi? La nostra proposta è chiara e netta: dal lavoro. Inteso, beninteso, non come puro atto produttivo, ma come sintesi di saper fare e saper essere, come arte di vivere calata nelle dinamiche produttive. Dal lavoro inteso come deposito privilegiato di atteggiamenti morali e civili. Dal lavoro interpretato come capitale intangibile territoriale.

Per capitale intangibile territoriale intendo la proposta di civiltà espressa da un lavoro che sappia raccontare la cultura che lo ha generato e si opponga alla serialità del prodotto e all’anonimato produttivo. È il modo di lavorare che riflette la verticalità del luogo da e in cui nasce, il progetto identitario che lo anima. È il lavoro che dice secoli di vita, di pensiero e di passione che danno a una terra il suo carattere e il suo temperamento. Capitale intangibile lavorativo è il genius faber territoriale che rende i prodotti manifestazione di chi li ha concepiti, del come e del dove hanno preso vita, del loro quando e perché.

Parlo di luoghi lavorativi capaci di “coralità verticale”, che si ritrovano attorno ad una storia comune, in grado di ospitare capacità umane maturate nel corso dei secoli. Realtà territoriali ad alto valore verticale, in grado di dotare i prodotti di un valore aggiunto in termini di asset intangibili, perché conservano e manifestano un patrimonio di conoscenze, valori, cultura e senso di identità.

L’intangibile lavorativo territoriale come strategica leva competitiva

Ha recentemente raccontato un imprenditore:

Mandano troupe televisive in azienda da noi perché non vogliono comprare un marchio che parla dell’Italia e che ha un nome italiano, ma vogliono far vedere al cliente finale che tu sei uno che è in Italia, uno che fa le cose e le fa in una determinata maniera, rispetta la tradizione, racconta la verità su quello che poi uno vede e tocca sullo scaffale del negozio

Per le imprese internazionalizzarsi dovrebbe innanzitutto significare ripensarsi come impresa glocale, vale a dire come impresa che si avvale della spinta data dal genius faber del territorio in cui si innesta per andare in maniera originale nel mercato globale.

Il XXI secolo chiede rinnovata verticalità. Molti segnali indicano l’alba di una nuova economia, fondata sulle relazioni e non più soltanto sugli scambi. E se gli scambi prosperano sull’orizzontalità di superficie, per le relazioni occorrono profondità valoriale e altezza spirituale.

La trasmissione della verticalità dei luoghi attraverso il racconto del genius faber territoriale sarà la chiave per rispondere ai trend di consumo relazionale dei prossimi anni. Risulterà decisivo offrire al consumatore globale narrazioni collettive in grado di mostrare il luogo sorgivo dei prodotti, far vivere esperienze di identità condivisa, rispondere al bisogno di fiducia attraverso la messa in coerenza di prodotti e retroscena produttivi.

Per i luoghi lavorativi – dove l’orizzontalità dello scambio si arricchisce di verticalità etica e spirituale – si apre una grande e concreta opportunità: favorire l’affermazione di una nuova forma di economia e di mercato, fondata non più su merci feticcio, ma su relazioni estetiche, etiche, esistenziali innanzitutto tra attori di filiera produttiva, e poi tra produttori e consumatori.

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