Terre di Lavoro

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Tornano i Luoghi, tornano i “made in”

Paesaggio

Stanno tornando i Luoghi. Non che davvero fossero spariti, ma certo nei decenni passati erano stati come travolti e trascinati dalla violenza dei flussi della globalizzazione selvaggia.
Il termine “globalizzazione” contiene due significati del tutto diversi: da una parte insieme delle dinamiche di interconnessione planetaria di eventi e fenomeni, dall’altra processo di unificazione anodina del mondo su logiche e fini omologanti, all’interno di un anonimato relazionale, valoriale, culturale e soprattutto spaziale.

La globalizzazione è fenomeno antico, che caratterizza la nascita e lo sviluppo della Modernità. Ciò che di traumatico essa contiene è non tanto e soltanto la perdita di un centro unificante, quanto l’evaporazione dei contorni che contrassegnano il dentro e fuori. Prima della Modernità il mondo era rappresentato da certi punti di vista, ovvero dalla prospettiva di soggetti che osservavano dal loro dentro ciò che era il loro fuori. La globalizzazione ha come centrifugato il dentro e fuori, e ha eletto il Fuori a paradigma dominante. Il mondo si è trasformato in qualcosa in cui non si sta, ma in cui si passa, un luogo di transito. E così, mentre è svanito il punto fermo da cui guardare, è scomparso anche il qualcosa su cui fermare lo sguardo. Si è sempre “Fuori”, il mondo stesso è un “fuori”. Trionfo del flusso, del trapasso, della liquidità.

Dunque, perdita dell’idea di Luogo: muoversi, ma non essere mai realmente in nessun luogo; andare dappertutto, ma non provenire da nessun luogo. Mondo ridotto a tempo di percorrenza, Luoghi ridotti a nudi Spazi, da percorrere e misurare con l’unica metrica dell’asettica distanza tra l’uno e l’altro. Territori nell’ipotesi migliore da attraversare, altre volte da sfruttare con logica rapinosa. Mai realtà con cui intrattenere autentiche relazioni.

Tornano, però, dicevo, i Luoghi. Sempre più si impone l’importanza della dimensione qualitativa degli spazi, della loro irriducibilità, unicità, specificità. Luoghi da non confondere con gli avvilenti localismi che portano a chiudersi timorosamente e a rapprendersi rancorosamente. Parlo di Territori che si riconoscono in un comune interesse materiale e morale, caratterizzati da una coralità produttiva e civile che impegna imprese, istituzioni, famiglie, singole persone, accomunate da una spiccata omogeneità culturale che non ignora le diversità, ma riesce ad armonizzarle in un’unità superiore. Parlo di Luoghi che si ritrovano attorno ad una storia comune, in grado di ospitare, scrive Alberto Magnaghi “capacità umane e condizioni materiali irripetibili altrove, perché maturate nel corso dei secoli”. Realtà territoriali capaci di generare un’alta qualità della vita, che conservano e manifestano “un patrimonio di conoscenze, attitudini, valori, cultura, e senso di identità”.

E con i Luoghi tornano i tanti made in: luoghi produttivi territorialmente identificabili capaci di esprimere specifici saper fare uniti a un’arte del vivere. Un fenomeno, quello del made in territoriale, tipicamente italiano, antico e al tempo stesso straordinariamente moderno, perfettamente adatto al mondo attuale, qualora si abbia la forza e l’intelligenza di interpretare la globalizzazione come immensa rete di scambi fra tanti localizzati e localizzabili made in.

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