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Intervista ad Andrea Cascioli, disegnatore di Nathan Never e scrittore

Andrea Cascioli

Andrea Cascioli è stato un conduttore radiofonico, un Direttore Artistico di varie emittenti radio. Oggi è un disegnatore di fumetti e uno scrittore di romanzi: un profilo ricco ed eterogeneo.

Uno dei tratti che contraddistingue il genius faber italiano è proprio un’intelligenza mobile che entra in vibrazione con la complessità della realtà e rende vantaggiosa la mutevolezza. Pensa che queste caratteristiche distinguano in generale i creativi italiani?

Credo proprio di sì, penso che sia una questione storica del nostro paese. L’Italia per conformazione geografica è storicamente stata invasa da parecchi popoli, è stata influenzata da parecchie culture in un avvicendamento di occasioni che ci hanno portati a riciclarci periodicamente. La questione dell’essere circondati dal mare ad esempio ci ha portati ad uscire dai nostri confini e a raggiungere nuove terre e nuove prospettive per le quali abbiamo saputo metterci in gioco ogni volta.
L’architettura mentale degli italiani è strutturata in maniera tale da adattarsi alle nuove occasioni perché siamo un popolo abituato al cambiamento.

Lei è una delle matite di casa Bonelli, una vera roccaforte del fumetto italiano: come si lavora in una casa editrice cui si deve la più vasta produzione italiana di letteratura disegnata dagli anni quaranta a oggi?

La Bonelli è una casa editrice che ha saputo unire l’innovazione al tradizionale: gli autori che collaborano tra di loro allo scopo di realizzare una narrativa disegnata ad alti livelli sono liberi di esprimersi senza troppi vincoli, tuttavia devono rispettare una linea guida che è tipica della casa editrice.

Prodotti come Tex, Dylan Dog e Nathan Never sono stati tra i fumetti di riferimento di tre generazioni diverse ma hanno in comune la stessa qualità, la stessa etica e la stessa cura editoriale.

Personalmente sono il disegnatore di Nathan Never e mi interfaccio con un team di sceneggiatori che sono ottimi professionisti; ricevo le pagine di sceneggiatura che descrivono la storia, le azioni, i dialoghi e traduco questo in immagini realizzando prima una bozza a matita, poi una matita definitiva ed infine ripasso a china i disegni che verranno scansionati. Successivamente, verranno applicati su di essi i balloon che contengono le parole.

Prima di andare in stampa, un prodotto come Nathan Never è sottoposto ad almeno quattro revisioni da parte di quattro persone diverse in redazione, poi è pronto per essere stampato e distribuito in tutte le edicole d’Italia. Nathan Never è pubblicato in molti paesi del mondo, ultimamente anche in Turchia; è un prodotto tutto italiano, come ogni fumetto della Sergio Bonelli Editore.

Nthan Never - Andrea Cascioli

Faccio riferimento al divertente e appassionato articolo apparso sul suo blog, dedicato ai pennarelli Carioca e al loro valore affettivo e simbolico. Quanto è ancora presente nel lavoro del disegnatore la dimensione dell’artigianalità, intesa come arte e capacità di proiettare se stessi nella propria attività?

La mia visione circa il lavoro che faccio è prettamente artigianale. Il fatto che sia un lavoro artistico non fa di me un Artista; questo è un discorso che piace poco ai miei interlocutori perché per qualche oscuro motivo le persone sono affascinate dall’ipotesi di parlare direttamente con un Artista e rifiutano l’idea che un lavoro artistico possa essere definito artigianato.

In realtà nel mio caso è proprio così; certamente nel mondo della letteratura disegnata si possono incontrare anche grandi Artisti, tuttavia il mio approccio personale è quello di un artigiano. Il lavoro del disegnatore di fumetti è ancora molto manuale: si lavora su carta con le matite, la gomma, la riga e la squadra, i pennelli, l’inchiostro.

Negli ultimi anni c’è stata un’interazione con il computer, che però consiste quasi sempre nel ritocco digitale delle tavole disegnate a mano e poi scansionate, spesso per i colori.

Nel caso dei ritocchi o della colorazione si usano delle penne speciali elettroniche che però di fatto si impugnano e si usano esattamente come una normale penna o matita; direi che in un panorama di elettronica, telefonini, maxischermi, il lavoro del fumettista è ancora da considerare un mestiere prevalentemente manuale.

Il fumetto è un prodotto figlio di narrativa, fantasia e abilità che si fanno portatori di bellezza. Parlando nello specifico del “modo italiano” di fare fumetto, pensa che sia anche portatore di una dimensione etica, legata a valori di civile convivenza e stimolo per la cura verso cose, persone e ambienti naturali?

Sì, assolutamente. Faccio riferimento soprattutto alla casa editrice per cui lavoro che è la più grande d’Italia; nei fumetti della Bonelli questi valori sono sempre stati al centro della cultura fumettistica italiana.

Vorrei anche fare un riferimento a una certa modalità di fare fumetto all’italiana degli anni ‘60/’70: per esempio le storie di Topolino o Paperino della Disney in tutta Europa per decenni sono state realizzate esclusivamente da disegnatori e sceneggiatori italiani e anche in quel caso la motivazione primaria e il messaggio culturale erano sempre improntati sull’etica, sulla cura verso le cose, le persone, lo spessore umano e culturale che veniva suggerito in quelle storie.

In Bonelli fumetti come Ken Parker negli anni ’70, Dylan Dog negli anni ‘80 e Nathan Never negli anni ‘90 hanno educato generazioni di lettori.

Culture come quella giapponese hanno saputo raffigurare se stesse attraverso figure archetipiche, ad esempio quella del samurai. Crede che esista un immaginario Made in Italy capace di creare qualcosa di simile, vale a dire personaggi che sappiano incarnare l’arte di vivere italiana in figure simboliche? Pensa che esistano case editrici italiane disposte a investire in questo senso?

No, non credo che esista un immaginario made in Italy, non storicamente, almeno, esiste più che altro una modalità italiana di raccontare un immaginario spesso anglofilo.

Ovviamente oggi esistono anche prodotti che tentano di raccontare un immaginario italiano, ma tutto sommato sono prodotti di nicchia, a volte distribuiti solo in libreria, fuori dal circuito delle edicole o comunque non presenti da molti anni.

C’è qualcosa di nuovo, quindi, ma sostanzialmente negli ultimi 50 anni la narrativa disegnata italiana ha raccontato storie e personaggi stranieri dai nomi quasi sempre anglofoni.

La mano italiana che li ha creati, ha trasferito qualche elemento di italianità in personaggi come Tex Willer e Zagor?

Anche in questo caso stiamo parlando di due personaggi americani, di storie che si svolgono in America. Non credo di ricordare mai elementi italiani.

Ricordo che invece su Nathan Never furono per divertimento inserite delle citazioni che si riferivano ad alcuni elementi caratteristici italiani; Nathan Never è un fumetto di fantascienza e in quel caso permetteva l’invenzione di nomi di fantasia.

Ad esempio una bevanda del futuro che non esiste fu chiamata Koronju: in realtà era la citazione dell’acquedotto di Cagliari che si chiama Corongiu, in quanto gli sceneggiatori di quell’albo erano sardi. C’erano molte citazioni del genere.

Per concludere, non possiamo non ammettere che anche nella narrativa disegnata l’Italia nella seconda metà del ‘900 è stata profondamente influenzata dalla cultura statunitense e successivamente da quella giapponese. Un numero considerevole di pubblicazioni italiane fa riferimento a personaggi dal nome americano, gli stessi autori di fumetti di oggi da ragazzi sono stati influenzati da una narrativa cinematografica hollywoodiana oppure dai fumetti di supereroi o dai manga del sol levante.

Oggi gli autori sono molto più liberi, in quanto usufruiscono del loro background culturale misto fondendo linguaggi e narrative provenienti dal Giappone, dal Sudamerica, dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra e dall’Italia.

Tutto questo apre orizzonti nuovi. Dovremmo saperlo bene, noi. Siamo un popolo di eroi, di santi e di navigatori. E di Autori. Anche (e non solo) di narrativa disegnata.

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