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La maestra e Margherita

Petaloso

Oltre la cronaca, il genius

Inizia a placarsi il clamore mediatico esploso intorno alla maestra Margherita Aurora e al caso “petaloso”. Ora possiamo finalmente compiere una riflessione sul senso di un gesto che ha precedenti illustri. “Se un bambino scrive nel suo quaderno «l’ago di Garda» – scriveva quarant’anni fa Gianni Rodari – ho la scelta tra correggere l’errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l’ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo «ago» importantissimo, segnato anche nella carta d’Italia. La Luna si specchierà sulla punta o nella cruna? Si pungerà il naso?”.

Abbiamo intervistato la maestra, certo, ma anche Margherita, vale a dire la persona che anima il suo lavoro. Ne è emersa la sua grande intelligenzialità, vale a dire la capacità di porsi in ascolto della realtà e trasformare le circostanze in opportunità. A nostro avviso, uno degli spunti più interessanti che possiamo ricavare da questa vicenda.

L’agire che anima un episodio come quello del #petaloso si fonda su un’intelligenza mobile e flessibile, che si pone in ascolto della realtà e rende vantaggiosa la mutevolezza. La formazione degli insegnanti promuove competenze di questo tipo o il suo rischia di rimanere un caso isolato?

La formazione negli ultimi anni è stata davvero poca, se non relativa alla digitalizzazione. Ben vengano le nuove tecnologie, ma senza specifica formazione pedagogica e didattica si rischia di non intervenire in maniera efficace ed efficiente. Spero vivamente che il mio non resti un caso isolato e che altri colleghi possano prendere spunto per percorrere strade diverse, più partecipate e magari fruttuose. Rodari diceva che a scuola bisogna divertirsi e io concordo con lui: perchè imparare piangendo ciò che si può apprendere ridendo?

Ha un consiglio da suggerire per far sì che in ogni scuola si coltivino giardini in cui far crescere altri “fiori petalosi”?

La scuola dovrebbe essere (e nella maggior parte dei casi è) una comunità educante, in cui ci si ascolta reciprocamente. Ascoltare i bambini, le loro istanze, è fondamentale per questo lavoro. Mi rendo conto che spesso noi insegnanti, soffocati dalla burocrazia, dai programmi, dalle pretese esterne, tendiamo a minimizzare queste escursioni ritenendole solo ludiche, ma non è così. Con questa storia credo che tutti abbiamo ricevuto, prima di tutto, una grandiosa lezione di lingua italiana.

La storia dell’aggettivo petaloso ha scatenato, sui social e nei media in generale, reazioni diverse: dalla celebrazione al sarcasmo pungente. Secondo lei, che cosa in questa storia ha sollecitato tanta emotività?

Non ho idea di cosa sia stata la causa scatenante, ma credo un insieme di fattori. Il fatto di poter dar corpo alle idee di un bambino, di aver noi tutti avuto esperienze di neologismi buffi, sia nei panni di inventori che in quelli di educatori, il bisogno di una boccata d’aria fresca in un mondo sempre più cupo… Poi ovviamente i leoni da tastiera che, dietro un monitor, si sentono intoccabili. Di tutto un po’, insomma.

Al di là del singolo evento, quali considerazioni di carattere esistenziale sostengono il suo stile di insegnamento? Quale umanità le piacerebbe che la scuola producesse?

I miei fari sono grandi pedagogisti del ‘900, ovvero Rodari, Lodi, Don Milani. Il loro percorso educativo era stato assunto dai programmi della scuola elementare del 1985, i migliori dal punto di vista pedagogico che siano mai stati scritti, secondo me. A quelli faccio sempre riferimento. Immagino nel futuro un’umanità consapevole dei propri diritti e doveri, tra cui la sacrosanta possibilità di sognare e di cercare di realizzare le proprie aspirazioni.

Il Made in Italy è espressione e frutto della cultura del lavoro italiano. Può immaginare uno stile Made in Italy applicato alla scuola?

Credo sarebbe necessario uscire dallo stereotipo della maestra come seconda mamma. Mi ritengo una professionista, non una sorta di suora laica statale, non una missionaria. Il mestiere dell’insegnante è complesso, richiede forti capacità empatiche e relazionali, ma anche e sopratutto una forte professionalità. Sarebbe necessaria una maggiore attenzione alla formazione pedagogica ed una maggiore propensione all’ascolto delle istanze che vengono dalla scuola e che non si riducono a mere richieste sindacali. L’unica via per una scuola che sia buona davvero sono gli investimenti importanti, a partire da una maggiore quota del PIL. Solo investendo potremo superare un empasse che in questo momento vivo sulla mia pelle e rinnovare davvero la maggior istituzione culturale del Paese.

La comunicazione in rete, l’approccio dialogico con il mondo esterno, l’utilizzo dei social: crede che nella scuola questi strumenti possano essere utilizzati per sostenere un’arte del vivere fondata su un agire relazionale, sociale e partecipativo?

Ritengo che i social e la rete possano essere una grande risorsa per le scuole e che non vadano demonizzati, ma anche che un approccio emotivo e personalizzato sia fondamentale per una scuola più inserita nella società e più attenta ai bisogni di tutti gli attori coinvolti: alunni, insegnanti, famiglie.

Ha voglia di inventarsi un termine per definire la scuola che vorrebbe?

Citando Matteo, vorrei una scuola ASCOLTOSA, attenta a tutti i cambiamenti, ma con una precisa identità inclusiva. Mi auguro che i nuovi programmi, che in questo momento sono allo studio del Ministero, si basino su forti basi pedagogiche e siano di ispirazione per tutti noi insegnanti, ovviamente me compresa. Ne abbiamo bisogno.

Il racconto insegna

Gli errori belli sono ciò che fa avanzare il mondo, e crescere l’impresa.

Il caso di Margherita è stato trattato da alcuni come episodio edificante, da altri come barzelletta. Per noi si tratta semplicemente di una storia di buon lavoro, di buon uso di una intelligenza capace di esplorare i potenziali di circostanza e rendere i casi della vita occasioni per crescere e arricchirsi.

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