Terre di Lavoro

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È tutto lavoro, quello che brilla

Fiera di Vicenza

C’era una Ferrari ad accogliere i visitatori nell’area esterna della Fiera di Vicenza, e a ricordare che la casa automobilistica di Maranello è stata tra le partnership di rilevo dell’edizione di VicenzaOro September 2016. Il Salone internazionale dell’oreficeria e della gioielleria organizzato da Fiera di Vicenza, è stato ospitato nella città del Palladio fino dal 1 al 7 settembre scorsi. Ci siamo andati per incontrare imprese italiane curiose di comprendere meglio in che modo il nostro concetto di condotto sia applicabile al mondo dei gioielli. A nostra volta, siamo curiosi di comprendere meglio le dinamiche di un settore che nel primo trimestre del 2016 ha avuto un progresso superiore al 16%, affermandosi uno dei migliori asset class in assoluto (fonte Sole 24 ore).

Varchiamo dunque l’ingresso per affrontare la visione offerta dai 1300 brand provenienti da 35 Paesi esteri e da tutti i distretti orafi italiani. Vicenzaoro si conferma come un Business & Cultural Hub di riferimento per l’intera filiera a livello globale. Ma per noi, ancora in fase di esplorazione, il punto di maggiore attrazione è quello in cui, con un lay out accattivante e dalle risonanze metropolitane, un grande pannello riproduce i diversi percorsi di visita. Il murale riproduce le linee colorate di un immaginario “tube” – come inglesi e americani definiscono affettuosamente la metropolitana. Ad ognuna di esse corrisponde un percorso di visita.

Il tema portante di VicenzaOro September 2016 è infatti “The Golden Touch”, che coinvolge le molteplici voci del comparto Jewellery affrontando sei tematiche differenti: dall’eccellenza delle produzioni nazionali e internazionali (The Touch of Well Done), ai temi di Corporate Social Responsibility (The Human Touch), alla distribuzione (Get in Touch), ai nuovi trend del settore e del mercato (The new Touch), al respiro internazionale (The Global Touch), alla comunicazione (The Touch of Words) e agli aspetti culturali e di sviluppo che ruotano attorno al mondo del gioiello.

Il nostro punto di vista però è come sempre centrato sul lavoro, su come viene rappresentato, comunicato, compreso e apprezzato da operatori e buyers.

Guardandoci intorno, troviamo subito conferma di come il racconto e l’immagine che veicolano i gioielli siano affidati alla figura femminile nella maggior parte dei casi.

Seducente, misteriosa, esotica, algida e quasi sempre inerpicata su tacchi di vertiginose altezze, a differenza di noi che indossiamo scarpe basse per praticità – visitare una fiera è praticamente una maratona, non lo dimentichiamo – e abbiamo un trolley da riempire di informazioni e testimonianze.

Il nostro sguardo cerca un segnale di differenza, un modo per trasmettere a questi oggetti preziosi almeno una parte di quel valore aggiunto e inestimabile che è il lavoro di chi li ha prodotti, pensati, maneggiati, disegnati… niente.

Isolata e unica, una bella immagine in cui si vedono mani al lavoro intorno alla creazione di un gioiello. Poco dopo, in un paio di altri stand, è l’Italia a essere rappresentata sullo sfondo, a ricordare che la tradizione di lavorazione dell’oro trova nella nostra terra e nella nostra storia tradizioni e scuole antichissime.

Ma si tratta comunque di poco più che richiami.

In alcuni casi è la produzione stessa degli oggetti, a richiamare il valore del lavoro: ciondoli preziosi riprendono gli oggetti di uso comune come caffettiere, forbici, addirittura un minuscolo phon. Sembrano ricordarci che il lavoro è portatore di una ricchezza intrinseca, che le persone hanno piacere di esibire come un gioiello il simbolo del loro saper essere, oltre che di un saper fare.

Passano ore e chilometri di corridoi inondati di luci e oggetti che passano dalla sobrietà più essenziale all’esibizione più smaccata.

Ci stiamo ormai allontanando e il nostro trolley contiene poche cose. A quanto pare, c’è molto da fare in questo settore, per quanto riguarda la comunicazione del lavoro e del patrimonio di tradizione e sapere che sostiene ogni singolo oggetto. Tutto sembra essere affidato alla bellezza delle donne che indossano il gioiello. Ma se tutti affidano la loro campagna ad un solo testimonial – la donna bella, ricca e seducente – ogni prodotto non rischia di sembrare simile agli altri?

Che cosa differenzia una comunicazione dall’altra? In quali valori si riconosce un’azienda? Quale messaggio trasmette ogni singolo oggetto?

A un tratto, la nostra attenzione viene attirata da un disegno a carboncino realizzato direttamente sulle pareti immacolate di uno degli stand. Leggiamo nella dicitura tracciata a mano sul muro che si tratta di un omaggio a Tina Modotti.

Ci avviciniamo e scopriamo che si tratta dello stand di una piccola impresa a conduzione famigliare, Diva Gioielli. L’azienda ha chiesto all’artista Gian Carlo Venuto di realizzare il murales – che rappresenta due calle unite da un filo – come omaggio alla fotografa e attivista friulana a 120 anni dalla sua nascita e alla sua vita dedicata alla fotografia e all’impegno civile.

Anche l’azienda è friulana e quando l’addetta allo stand coglie il nostro interesse per i gioielli, ci fa notare come questi portano le linee e le graffiature dell’artigiano che li ha creati, quasi come una firma.

Ci allontaniamo con la sensazione di aver trovato la nostra piccola pepita in questa immane miniera d’oro e ci apprestiamo ad approfondire la conoscenza con Fair line, un’altra ditta italiana che intende puntare sui valori del made in Italy per accedere ai mercati esteri in maniera sempre più articolata e consapevolmente organizzata.

Alla Fair line parliamo con Martina Battocchio, export manager. La titolare dell’azienda invece, Gabriella Centomo è rimasta in azienda. E’ lì che riceve i clienti. Perché? Perché i buyer che vengono dal resto del mondo hanno piacere di incontrare le persone che lavorano, gli spazi in cui avvengono i processi produttivi, di respirare quella miscela unica di tradizione, cultura, sapere che si vive anche solo passeggiando per le strade delle nostre città.

Martina ci spiega che gli operatori forse non necessitano di particolari racconti sul senso del lavoro italiano, ma che appena tengono tra le mani un oggetto artigianale, ne avvertono immediatamente l’autenticità. Il prodotto italiano ha valore proprio per questo: non è un prodotto di massa, contiene ricerca e creatività.

Già, ma se quello che conta per gli operatori è il valore del lavoro che genera il prodotto, siamo proprio convinti che il modo migliore per comunicarlo sia affidarsi alle labbra e ai tacchi delle modelle?

Personalmente abbiamo trovato più affascinante il modo appassionato di questa giovane donna di raccontare l’amore con cui nella sua azienda “tutti guardano nella stessa direzione”. E di come, quando si parla di vendite ai grossisti, ciò che attira gli acquirenti è il prestigio del prodotto italiano.

A questo punto il nostro trolley è piuttosto vuoto di esempi, ma non mancano invece le idee e le informazioni preziose che ci permetteranno di metterci al lavoro con gli imprenditori che desiderano differenziarsi, allinearsi e proporsi in modo inedito in un mercato in cui tutti guardano alla radice latina dell’Aurum – ciò che brilla – senza ricordarsi che quello che amiamo metterci al dito o intorno al collo non è il metallo in se’, ma il frutto del lavoro dell’uomo che lo ha modellato.

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