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Quando il lavoro si fa cantico

Bottesini

Costringili a costruire insieme una torre e li muterai in fratelli. Ma se vuoi che si odino getta loro del grano.
[1. Saint-Exupéry, Cittadella, Borla, Roma]

Le parole di Saint-Exupéry rivelano qualcosa di antropologicamente vero e importante su come funziona l’essere umano: perché ci si possa davvero sentire insieme, occorre agire insieme.

In estrema sintesi, potremmo forse esprimere così il senso del lavoro di Silvia Mazzucotelli, sociologa e ricercatrice che abbiamo incontrato in occasione della presentazione del suo libro Arte pubblica – artisti e spazio urbano in Italia e Stati Uniti. L’autrice traccia una breve premessa che spiega come l’arte pubblica vada intesa come un ritorno, e non come una nuova tendenza:

L’arte è stata nelle strade fino alla rivoluzione industriale, evento che ha interrotto il dialogo con le città e la loro architettura. Oggi l’arte pubblica cerca di ricostruire un ponte portando la produzione artistica là dove non esistono spazi apparentemente pensati per ospitarla.

La ricerca della Mazzucotelli, realizzata con tecniche qualitative, si è rivolta a tre città italiane, Torino, Bologna, Trieste, e due americane, Seattle e Chicago. Le radici di questo lavoro sono da ricercarsi in un primo studio condotto dalla sociologa negli Stati Uniti, ma dalle sue parole scopriamo un’origina più profonda, che risale a quando era ancora una bambina:

Quando avevo nove anni mio nonno mi portò a visitare tutta la costa ovest. Quando fummo a Los Angeles, mi chiese se quella città mi piacesse. Risposi di no, perché quella città non mi diceva nulla. Da Los Angeles proseguimmo verso Seattle, nonno ormai non mi chiedeva più niente. Ma quella città mi piacque moltissimo, per via dei suoi tombini in bronzo lavorati che riproducevano miniature, per l’ingresso di una banca che riproduceva i disegni di totem, per le panchine create con materiali di recupero. Tutte quelle cose mi stavano raccontando qualcosa. Feci 150 foto a Seattle, e giunta al momento del mio dottorato, quelle immagini mi capitarono nuovamente in mano. Guardandole, pensai che avrei voluto capire perché alcune città lavorano per creare spazi deputati all’arte e altre no. È iniziata così la mia ricerca, presso l’Università di Washington.

Ed è parlando dell’esperienza americana che la sociologa arriva dritta al punto:

A Seattle ho contattato l’Art Commission e con sorpresa ho realizzato che quasi faticavano a dirmi dove erano collocate le opere. Mi dicevano che semplicemente camminando per la città mi sarei imbattuta in loro. La ragione di questo “disinteresse” è da ricercarsi nel fatto che per i curatori del progetto il processo attraverso cui l’opera viene realizzata è molto più importante dell’opera finale. L’obiettivo è quello di creare un tessuto connettivo tra artisti, persone che vivono nel luogo e istituzioni. Per questo il processo per la creazione di questi progetti è lunghissimo, mediamente sette anni da quando si decide di destinare i fondi a quando l’opera viene realizzata.

Graffito di Millo - Torino

Il principio è tanto semplice quanto spiazzante e a noi di Genius Faber non può sfuggire il richiamo al testo di Alberto Peretti, La sindrome di Starbuck e altre storie: “ciò che conta è il cantiere, l’impegno comune, la fratellanza in qualcosa da fare insieme. L’ebrezza di trascendere la propria individualità in una unità di intenti superiore”. In questo risiede la funzione sociale dell’arte, come spiega l’autrice:

La funzione sociale che emerge in questi progetti è quella di riuscire a trasmettere l’esistenza di un legame tra chi crea l’opera e lo spazio in cui è installato.

Non è detto che un’azione di questo tipo inneschi rivoluzioni, ma sicuramente crea maggiore partecipazione alla vita pubblica. Le persone si sentono ingaggiate, e sul lungo partecipano di più alla vita pubblica della loro città.

Arriviamo quindi all’esperienza italiana, e la Mazzucotelli illustra:

La città di Trieste organizza un festival dedicato all’arte pubblica. Talvolta gli interventi prevedono azioni semplici, come quella di ricolorare una superficie. Queste azioni danno vita a opere che durano solo il tempo del progetto, ma catturano attenzione.
L’arte pubblica non risolve il problema ma produce effervescenza attraverso la creazione di bellezza. In Italia possediamo una cultura di creazione di bellezza negli spazi, basti pensare al Rinascimento. L’arte pubblica è il modo con cui nel ventunesimo secolo si cerca di portare il bello nelle strade, per creare legami stabili e significativi tra abitanti e città.
Nel libro riporto i casi della barriera Milano, nella città di Torino, dove un concorso pubblico e partecipato ha selezionato l’artista che si è occupato di dipingere le fiancate dei palazzi. All’artista è stato chiesto di creare opere che fossero adeguate al contesto e non solo espressione della propria abilità.
Altri progetti prevedono opere realizzate sulle saracinesche, ne esiste un esempio a Milano, nel quartiere ticinese, dove le serrande dei negozi ospitano il progetto Via dell’ironia: su ogni serranda è stato dipinto un rebus, una poesia, giochi di parole e altri messaggi.
Il senso è quello di sperimentare un uso alternativo degli spazi, affinché le persone siano spinte a visitarli in orari diversi da quelli convenzionali.

L’effervescenza di cui parla, la dottoressa Mazzucottelli la porta indubbiamente con sé, nella passione con cui trasmette ai lettori e ai suoi studenti il messaggio e il potenziale di cambiamento insito nella forza della bellezza. Un entusiasmo che ci fa tornare ancora una volta alle parole di Saint-Exupéry:

Perché una civiltà si fonda su quello che gli uomini devono dare, non su quello che viene loro concesso […] allora il lavoro che era funzione del nutrimento diventerà cantico [2. Ibid., p. 50.].

Lettera 22

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